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  • Luca Valdonio

Posso determinare solo ciò che desidero.



Nulla può esistere se non è desiderato.

Può esistere gentilezza senza desiderio di gentilezza?

Può esistere un team senza il desiderio di un team?

Può esistere una direzione condivisa, senza il desiderio di una direzione condivisa?


Attenzione!

Non intendo esistere nel senso di sussistere, lo intendo nel suo significato etimologico più pieno: fuori dallo stare, uscire, stare nel movimento della vita in modo stabile, esprimere la propria potenza con l’atto.


Voglio legare desiderio e ispirazione: perché ispirare è un atto di gentilezza?

Perché è atto che rende possibile, che dispone, non opponente, non limitante, andare oltre il disponibile. Crea le condizioni per una futura realizzazione.


Posso determinare solo ciò che desidero.


Lacan ci dice che l’occidente capitalista ha da una parte liberato l’uomo dalla miseria, e dall’altra affermato l’homo felix, l’uomo senza desideri, condannato a perseguire il godimento per sé, un godimento schiacciato sul consumo compulsivo, egocentrato, quindi perennemente insoddisfatto. Il godimento è felicità illusoria, perché non è stata condivisa e donata, perché non origina in un atto di estroflessione.


Desiderare è, invece, dimensione dell’idea di bene, di un bene che non è solo personale/individuale, che riconosce l’esistenza e la necessità dell’altro per compiersi. Desiderare è un atto di uscita e non di difesa, di uscita dal timore.

Il godimento conduce al sospetto per paura di perdere qualcosa, perché l’unico scenario che ho davanti a me è fatto di risorse limitate che devo conquistare, difendere, tenere per me: la cultura della scarsità.

Possiamo rendere le risorse illimitate? Impossibile, le risorse disponibili non sono mai illimitate, ma posso fare un’altra cosa, posso cominciare a pensare di andare oltre il disponibile e generare qualcosa che ancora non c’è, nuove risorse.

Posso aprire una prospettiva ampia, ampliare i confini.

Ecco la forza del desiderio: spingerci oltre il disponibile per determinare qualcosa che manca.


Desiderare è quindi una condizione generativa, che si afferma nel reciproco riconoscimento, che si alimenta di un orizzonte di speranza condiviso, di un avvenire atteso, di un sogno possibile, di un futuro aperto che possiamo determinare insieme.


Ma, in verità, l’aspetto che più mi interessa evidenziare, è questo: il desiderio ci muove.

Il desiderio è movimento verso lo sconosciuto, verso il nuovo, uscire dalle certezze per entrare nelle regioni delle incertezze, dalle quali emergiamo con grande spinta in uscita, l’evoluzione, l’innovazione.


Cos’è quindi assenza del desiderio nelle Organizzazioni?

Assenza del desiderio è mancanza di un grande perché che tutto muove.

Assenza del desiderio è la condizione privilegiata per l’affermazione dell’uomo-macchina, elemento di un apparato che deve funzionare, nel generale scenario dell’alienazione.

Assenza del desiderio è condizione di morte psicologica, non di vita.

Assenza del desiderio, sul piano individuale finisce per determinare un black-out, uno stato di angoscia.


E sul piano relazionale?

Se manca il desiderio, non c’è l’incontro nella relazione (che non è atto meccanico, calcolato e gestito, e che ha origine nel desiderare quell’incontro o quella relazione), non c’è contagio, non c’è una direzione comune davvero sentita e scelta, che non stia nelle logiche di uno scimmiottamento dietro continuo addestramento.


Le 2 dimensioni del desiderio per un leader?

  • desiderare se stessi

  • desiderare l’altro

Desiderare se stessi: non bastarsi, desiderare la vocazione.

Se manca desiderio di sé entriamo nel ripiegamento individuale, perché ci bastiamo così, non c’è atto di uscita dal sé, non c’è ricerca, miglioramento, stiamo nella condizione delle certezze, ci sentiamo arrivati, siamo letargici, entriamo nella modalità d'attesa di un segnale dal mondo esterno. Non siamo più noi a guidare.

Un leader che guida non è tale se non per vocazione, diversamente forse sarà un leader solo sul piano formale.

Desiderare se stessi è un atto di gentilezza che ci regaliamo, per la nostra integrità e per una vita piena, emersione del talento che ci è stato affidato. Il desiderio ci rivela il talento.


Desiderare l’altro: ci compiamo nella vocazione, offrendola.

Il talento fiorisce quando è offerto, quando lo metto a disposizione, quando ho la possibilità di farlo esistere nelle vite degli altri.

Ecco il senso del prendersi cura: esistere nelle vite degli altri.

Ma, se non desidero l’altro, non me ne prendo cura. Cioè se l’altro non è l’opera che desidero si compia, non avrò un motivo per accompagnarlo.

Cosa intendo: che l’altro non è un oggetto di cui posso disporre al bisogno (godimento), ma è soggetto di cui riconosco l’unicità, che incontro e accompagno, l’opera di cui mi prendo cura, una cura che non è per un ritorno per me, ma per la sua realizzazione.

Ciascuno di noi desidera essere desiderato, cioè riconosciuto, voluto, desideriamo essere per l’altro ciò che manca (ciò di cui non riuscirebbe a fare a meno), e non ciò di cui l’altro dispone a suo uso e consumo.


Concludendo, l’assenza di desiderio è driver della leadership non gentile perché senza desiderio ci riduciamo a osservare solo il disponibile, stiamo nella scarsità, e cediamo all’invidia e alla competizione.

Il leader che non desidera non offre significato, non ispira e non motiva, non racconta il sogno, non offre la possibilità di credere in un sogno.

Il sogno è quel pezzo di consapevolezza che genera dignità e una sana affermazione.


Ecco la capacità strutturale del desiderio: il desiderio desidera e si desidera, crea le condizioni dell’ispirazione, della continuità, del divenire, dell’affermazione individuale e organizzativa, muove vita e futuro, rende possibile e spinge oltre ciò che già c’è!


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