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  • Luca Valdonio

La leadership gentile

La riappropriazione del senso nel lavoro rappresenta per la nostra epoca l'opera centrale di recupero dell'integrità individuale, via per la ricostruzione della coscienza collettiva e di nuovi paradigmi socioeconomici.

Trattasi di una “sfida culturale” con se stessi, concepirsi nella possibilità di evolvere, nella piena consapevolezza che non esisterà cambiamento sistemico se non partiamo dai cambiamenti individuali.


Occorre introdurci nei mondi di nuove competenze: l'auto osservazione, l'auto correzione e l'attivazione.


Auto osservazione è abilitarci allo sguardo interiore. Siamo spesso portati a guardare fuori, osserviamo gli altri e basiamo i nostri comportamenti su ciò che vediamo, rischiando di perdere di vista la conduzione della nostra esistenza.

Auto correzione è riconoscersi vulnerabili con serenità interiore, per un non semplice lavoro di ricostruzione, una rinascita che ha bisogno di ispirarsi al desiderio di non bastarsi, di offrire una sempre migliore versione di sé.

Non è ricerca della perfezione, bensì atto perpetuo e mai definitivo del compiersi in pienezza.

Attivazione è incarnare l’homo faber: l’essere umano artefice, che traduce meglio che può il suo senso e le facoltà intellettive in esperienze reali. Così trasforma la realtà.


La nostra disposizione d’animo influenza i contesti che abitiamo: la vita di un team e il suo benessere dipendono anche dal leader, dalla sua disposizione d'animo, dal suo pensiero e dalle sue azioni, perché tutto ciò determina una realtà.

Il mondo è così, perché io sono così.


Chi decidiamo di essere e quale contesto vogliamo generare?


Riflettendo sul paradigma della leadership gentile mi sembra che in esso sia contenuta una significativa innovazione sul piano culturale.

Essere leader gentili non significa distribuire cortesia e buona educazione (questo dovrebbe essere un “come” acquisito), bensì farsi carico di una proposta ideologica che attiva senso, per un ambiente generativo e prospero.

Essere leader gentili è muovere l’idea di bene, un atto di riappropriazione dell’integrità individuale, di autenticità del sé, che compio anzitutto per me stesso: mi scelgo.


Decidere ed essere chi voglio essere segna la disposizione d’animo, una dimensione in cui pensieri e comportamenti non sono più subordinati a ciò che il mondo esterno mi restituisce, ma attivamente partecipi e guide di quel mondo.


Vedo in tutto ciò la possibilità di una nuova managerialità, quella del manus agere, del condurre con la mano - che non è controllo, ma accompagnare, che non è comando, ma guidare, indicare una direzione con il dito, perché c’è il bisogno di una direzione mostrata.

Occorre passare dalla tecnica del condottiero di un esercito di esecutori alla visione della guida che conosce e incarna la propria vocazione, e accompagna il gruppo a essere contesto ben disposto: gentile.

Il nuovo manager è padre e madre (dimensione genitoriale, non mater-paternalistica), cura dell’esempio, consapevole che il mondo in cui vivo è com’è perché io sono come sono.

Il mondo è così, perché io sono così.

Se cambio l’ordine dei fattori e comincio a credere che io sia conseguenza di ciò che ricevo dall'esterno, perdo la guida.


L’evoluzione dei contesti organizzati passa attraverso la nuova consapevolezza che determiniamo la realtà, possiamo generare e materializzare, dare vita al mondo che desideriamo, uscire dagli ipnotismi e dalle dipendenze culturali che ci annichiliscono.


C. G. Jung diceva che "non vediamo le cose come sono, ma vediamo le cose come siamo".

Il mondo esterno, degli eventi, è una interpretazione che si fonda su ciò che siamo sul piano individuale. Con quali occhi osserviamo?

La gentilezza diventa nuovi occhi per osservare e interpretare, una stirpe ideologica che segna nuovi confini e nuovi territori.

Cambia il nostro punto di osservazione.

C’è un principio di determinazione che collega ciò che sono e la realtà che osservo.

La nuova managerialità diventa assunzione di responsabilità sul piano individuale, di cura del sé (prima che dell'altro), una responsabilità non formale e non contrattuale, bensì interiore, una responsabilità che mira al dialogo con l'anima.


La più grande dispersione di risorse nelle Organizzazione è rappresentata dai costi psicologici causati dall’alienazione: lo svuotamento di senso, dei perché, dei valori.

Nell’alienazione, l’essere umano non domina il suo mondo interiore, che avverte vuoto, quindi fonda i suoi comportamenti sull’andamento degli eventi esterni.

Un continuo tentativo di riconciliarsi, di adeguarsi, senza scegliere, perché manca il contenuto di scopo della scelta.


La leadership gentile muove un ambiente generativo, prospero e accogliente, la dimensione del rendere possibile, trasposizione della metafora dello human flash, la materializzazione della vita dal nulla.

La premessa, affinché tutto si manifesti.


Gentilezza e generatività hanno in comune la radice gen, elemento irriducibile e non ulteriormente suddivisibile che rappresenta la condizione da cui il tutto origina, la stirpe ideologica di una premessa necessaria.


Tutto ciò, però, non potrà ricondursi al solo atto cortese o di buonismo, occorre spingersi oltre.

Desiderarsi integri, disposti nell'animo.






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