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  • Luca Valdonio

Il team e (è) il suo inganno.


Siamo - sempre e tutti - pronti a lavorare in team?

La mia risposta è: non sempre, non tutti.


Osservando da alcuni anni il comportamento delle persone nella dinamica di team, emerge la tendenza comune a spossessarsi della dimensione individuale propria.

Nel passaggio da una condizione individuale a una collettiva, solo pensata o anche agita, indifferentemente, cambia in modo significativo il modo di concepirsi come individui.

Se la dinamica di team porta con sé alcuni aspetti buoni e facilitanti rispetto all'obiettivo che solitamente si intende raggiungere, cioè la produzione di esiti condivisi frutto della collaborazione; non possiamo non tenere conto di risvolti critici che, nello stesso momento, consumano il potenziale del team, riducendo le possibilità di conseguimento del risultato.


Non solo: non è da sottovalutare la risonanza causata dal fallimento, che logora tutte le aspettative dei partecipanti.

E' così: il team è anzitutto un'aspettativa, poi, forse, un risultato.


A parere mio, siamo di fronte a una grande insidia, che fonda le sue radici dapprima in una insufficiente percezione di sé e poi in una cultura del Noi da indagare.

Del resto, appare quantomeno curioso che negli ultimi decenni il concetto di squadra abbia conquistato con così tanta euforia la scena del mondo professionale (e non solo), e che spesso sia considerato al pari di una soluzione, per definizione, a tutti i mali di un'Organizzazione.


C'è del vero in tutto ciò, poiché credo che sul piano ideologico il Noi (team, squadra) sia uno stato di fatto e di necessità, che si determina per natura, ancora prima di essere compreso e agito con consapevolezza.


Occorre però prestare molta attenzione alle criticità causate dalla tendenza allo spossessamento del sé. Tale condizione si manifesta principalmente nel concepirsi non più responsabili individualmente, come a dire che sussista una dimensione collettiva della responsabilità (possibile), totalmente slegata e addirittura di annullamento di quella individuale.

Le persone vivono i sistemi collettivi e plurali come una sorta di atto di delega perpetuo, ceduta a terzi, non meglio identificati, per un semplice motivo: l'io è presente e riscontrabile (mi percepisco), il Noi è un'idea(le) da sperimentare (devo imparare a percepirlo e riscontrarne gli esiti buoni).


Un aspetto davvero interessante, che chiarisce il bisogno continuo delle Organizzazioni di affermare l'appartenenza dei suoi membri, è proprio questo: è nel passaggio dall'io al Noi che si determina la "condizione altra da me", che mi chiede di essere parte. Prima non era mai stato necessario.

Ecco perché, probabilmente, nella dimensione di team siamo più esposti allo smarrimento del senso.

La dinamica collettiva è, dunque, una necessità di legame con ciò che è altro, che al contempo mi spinge al di fuori, mi esclude, perché non ne ho un'immediata e consapevole percezione, in quanto inizialmente ideologica e immateriale.

Questo dimostra che ancor prima dell'aspetto relazionale, con la sua capacità di includere o meno, tale forma di estraniazione si manifesti per logiche naturali.

Tendiamo a essere spettatori, perché io non sono il team.


In ragione di ciò, credo, in definitiva, che essere parte di un team sia un atto di intelligenza e di cultura (saper essere), quindi di disponibilità alla fede nell'ideologia del team.

Prima ancora che emotivo e relazionale.


Propongo alcuni elementi-stimolo per abitare (sentire proprio) un team:

  • il team non è prima di tutto relazione, ma riconoscere una necessità quasi fisiologica che si manifesta perché stato di fatto, prima di noi. Le relazioni supportano, non generano. Non vedo strategico (in origine) fondare un team sull'aspetto relazionale, non risponde alla natura del Noi, che è scelta intelligente e assunta come condizione;

  • occorre l'assunzione individuale dello scopo, del perché: non c'è team se manca lo scopo di senso (non l'obiettivo), che faccio mio, che agisco con consapevolezza, per una partecipazione piena;

  • dare: scegliere di dare, di stare nell’abbondanza, non nel calcolo di un ritorno che reputo adeguato. Nell'abbondanza copriamo i fabbisogni individuali e li tuteliamo;

  • offrire la miglior versione di me è il primo modo di contribuire al successo del team, luogo-bene comune;

  • difendere le diversità: il team non è mai un luogo neutro, le polarità (fondamentali) aiutano a creare magnetismi che spostano gli equilibri, spesso apparenti e dettati dalle certezze. Le polarità sono energia di evoluzione e devono essere valorizzate (difendere le unicità individuali);

  • in una squadra si sbaglia, siamo felici di sbagliare, perché significa che stiamo facendo e stiamo migliorando: misurarsi con l’errore e la sua accettazione è processo di consolidamento e spinta emotiva/relazionale del team.

L'ultimo stimolo, il più importante: assunzione individuale della responsabilità collettiva.

Ciascun partecipante al team è responsabile del team, non solo di sé e del proprio operato. Essere disposti a spingersi oltre il perimetro di ciò che ci compete. Fare bene il proprio è ciò che dovremmo garantire tutti, la responsabilità autentica è nei confronti del risultato collettivo.


Ma...serve una visione ampia, non ripiegata, capace di vedere il team come bene comune, atto intelligente.


Siamo pronti individualmente a essere team?

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