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  • Luca Valdonio

Gentilezza e generatività: abbandonare il sospetto è il nuovo mondo.


L'esperienza condivisa con molte Organizzazioni racconta la stretta relazione che intercorre tra la disposizione d'animo gentile e la fiducia riposta e ricevuta.

Riesco a essere gentile se mi fido e se sento che mi è stata riconosciuta fiducia.

La fiducia, però, non siamo pronti a concepirla "dal primo momento", abbiamo bisogno di un tempo e di un buon motivo per poterci fidare.

Non ci fidiamo perché cediamo agli stati mentali del sospetto, credendo che la fiducia sia dimensione meritocratica, della dimostrazione, anziché dono.


Ci riferiamo al sospetto quale attitudine individuale che origina nel credere/supporre che l’altro sia una probabile minaccia, che potrebbe compromettere il conseguimento del mio interesse personale o del mio benessere.


Il concetto del sospetto fonda le sue radici nel paradigma dell’homo omini lupus (l’uomo è lupo per l’altro uomo), secondo cui nello stato di natura, l’altro è concorrente, un antagonista pericoloso che devo eliminare.

Mi concepisco in un mondo in cui le risorse sono limitate, che devo conquistare e difendere, quindi avverto la continua probabile minaccia alla mia sopravvivenza. Uno stato di allerta perpetua, uno scenario che prevale sullo stato di coscienza e di giustizia.


Thomas Hobbes riprende il concetto dichiarando che la natura umana è fondamentalmente egoistica, orientata principalmente alla tutela dell’interesse personale.

Secondo questa visione, concepisco il mondo come oggetto utile alla mia sussistenza, anziché concepirmi al servizio del mondo.

Se il mondo è al servizio della mia sussistenza agisco per massimizzare il ritorno, alzando il livello della tecnica, del pensiero calcolante, quale garanzia di funzionamento di un processo che mi porta al risultato.


Trattasi di una visione conflittuale dell’esistenza, un modello culturale che si è affermato e che ha radici molto profonde: mi concepisco in movimento esclusivamente per la sopravvivenza individuale.

Se questo è il paradigma di riferimento e non la conservazione della specie, cioè farcela come singoli a discapito del collettivo e di un divenire di bene comune; qual è l’elemento dominante, la nostra grande preoccupazione, che diventa obiettivo unico?

Fuggire alla morte, che dobbiamo cercare di posticipare il più possibile.

Ciò che mi guida è un principio di morte, e non un principio di vita.

Siamo nella dimensione della scarsità: ciò che mi muove nelle decisioni e nei comportamenti è l'ombra della perdita.


Psicologia della morte (stato mentale di fuga dalla scadenza, continuo tentativo di dilatare il tempo), scarsità e cultura del sospetto condizionano i miei occhi e i miei pensieri, il mio modo di essere, di concepire l’altro e le sue azioni.

Cosa potremmo ricavarne?

Una realtà spaventata, del timore, della negatività.

Attraiamo ciò che pensiamo, perché i nostri pensieri determinano la nostra realtà.


Il modello dell’homo homini lupus trova la sua traslazione socio-economica in un altro paradigma antropologico molto attuale: l’homo oeconomicus, l’essere umano esclusivamente orientato alla massimizzazione del tornaconto personale, principalmente economico.

Trattasi di una forma di ripiegamento mosso dalla cura esclusiva del beneficio per sé, dominio dell’interesse, dominio del diritto personale, l'egoismo che antepongo a qualsiasi possibile indagine di senso. Devo fare scorte, accumulare, possedere e controllare per sopravvivere, per non rischiare la sopravvivenza.


E' davvero questa la vita che desidero?


Antonio Genovesi scrittore, filosofo ed economista del XVIII secolo ribalta lo stato di natura del sopravvivere e della scarsità, in stato di natura dell’amare: homo omini naturae amicus, l'essere umano è per natura amico. Amicus termine affine ad amore - a-mors (senza morte).

Ecco l’uscita dalla scarsità e dalla psicologia della morte: l’essere umano per natura ama ed è riamato, è un essere relazionale e reciproco, che compartecipa al bene comune, che contiene anche quello individuale.

Nella dimensione dell'offerta di sé tuteliamo il senso della nostra esistenza.

Genovesi cambia la visione pessimistica dell’homo omini lupus, abbandonando l’ipotesi che l’altro sia una possibile minaccia da cui devo difendermi.


Un altro stimolo lo offre il paradigma dell'homo generativus, secondo cui l’essere umano è la più alta forma di vita, perché può generarla come atto di dono voluto: sposta lo sguardo dalla fuga dalla morte al rendere possibile la vita nell'offerta di sé, fare spazio e contenere, anziché possedere.

Dalla metafora biologica al pensiero generativo: posso scegliere chi voglio essere per determinare i contesti che desidero, posso abbandonare il principio di morte spostando lo sguardo da ciò che posso avere, a ciò che posso essere e dare.

L'essere umano vive l'esperienza biologica della materializzazione della vita che, metaforicamente, richiama alla possibilità di determinare la realtà: il mondo è così perché io sono così.

Il mondo esterno è emanazione del mio mondo interno. Quando inverto i due fattori e penso che il mondo interno sia conseguenza del mondo esterno, rischio di perdere pienezza e compimento.


Torna la domanda più trascurata della nostra epoca: chi scegliamo di essere?

Credo sia questo il punto.


Oggi si presenta una necessità, che leggo come opportunità mossa da una più sensibile consapevolezza dell'io e del noi: desideriamo fiorire come individui e desideriamo farlo con i nostri team, le nostre Organizzazioni e le Comunità.

Probabilmente abbiamo compreso che occorre spostare lo sguardo da ciò che posso avere e tenere per me, a ciò che posso essere e dare.

Forse questo è il primo atto della gentilezza.

Occorre abbandonare la psicologia della morte, l’idea della scarsità, del limite, della scadenza che devo posticipare il più possibile e che mi mette in competizione con l’altro, per orientarci e orientare al generare vita attorno.


Se il sospetto muove al possesso, la gentilezza è la via per l'affermazione di contesti a-mors, senza morte, capaci di togliere per contenere nuovamente, di desiderare di andare oltre le risorse disponibili, per generarne di nuove.


Occorre fare il salto: essere via per, e non l'unico beneficiario.




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